sabato 17 luglio 2010

Approfondiamo la Parola domenicale

PAROLA CHE SI FA VITA

Atti 16,9-15
Lidia disse: Se sono fedele a Dio, venite ad abitare nella mia casa.



Filippesi 4,10-20
Ho provato grande gioia per la vostra generosità verso di me.



Ebrei 11,30-31
Raab, la prostituta fu salvata per aver ospitato stranieri.

Una Comunità che celebra - La Liturgia eucaristica domenicale: 18 luglio 2010 - XVI dell'anno C

INVOCAZIONI PENITENZIALI


Signore, se noi non accogliamo chi, straniero bussa alla nostra porta:

Signore, pietà!



Cristo Gesù, se noi non serviamo gli altri, come Marta ti ha servito:

Cristo, pietà!



Signore Gesù, se noi non ti ascoltiamo come Maria, con attenzione e affetto:

Signore, pietà!



INNO DI LODE: Gloria a Dio…



PREGHIERA DELL’ASSEMBLEA

+ Padre, sapiente e misericordioso, donaci di ascoltare con attenzione e amore la parola del tuo Figlio che ancora oggi risuona nella Chiesa, radunata nel suo Nome. Potremo così accoglierlo e servirlo come ospite nelle persone che incontriamo. Egli è Dio… Amen!



LITURGIA DELLA PAROLA



Dal libro della Genesi

18,1-10

In quei giorni, il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo». Quelli dissero: «Fa’ pure come hai detto». Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: «Presto, tre sea di fior di farina, impastala e fanne focacce». All’armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono. Poi gli dissero: «Dov’è Sara, tua moglie?». Rispose: «È là nella tenda». Riprese: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio». Parola di Dio.



Salmo responsoriale - 14



R./ Chi teme il Signore, abiterà nella sua tenda.



Bonum est confidere in Domino.

Bonum sperare in Domino.



1. Colui che cammina senza colpa,

pratica la giustizia

e dice la verità che ha nel cuore,

non sparge calunnie con le sue parole.



2. Non fa danno al suo prossimo

e non lancia insulti al suo vicino.

Ai suoi occhi è spregevole il malvagio,

ma onora chi teme il Signore.


3. Non presta il suo denaro a usura


e non accetta doni contro l’innocente.

Colui che agisce in questo modo

resterà saldo per sempre.



Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi 1,15-20

Fratelli e sorelle. Ora io sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e do compimento in me a ciò che Cristo soffre oggi ancora a favore del suo corpo che è la Chiesa. Di essa sono diventato servitore, secondo la missione affidatami da Dio, di portare a compimento la sua Parola: il suo piano di salvezza, nascosto da sempre e a tutti, ma ora manifestato al suo popolo santo. A noi Dio volle far conoscere questo piano, grande e magnifico, che riguarda tutti: Cristo è in voi, speranza della gloria di Dio per voi. È lui infatti che noi annunziamo, ammonendo e istruendo tutti e ciascuno con ogni sapienza, per rendere tutti perfetti in Cristo.

Parola di Dio.

Alleluja, alleluja!

Beati coloro che custodiscono la parola di Dio con cuore integro e buono,
e producono frutto con perseveranza. Alleluja!



+ Dal vangelo secondo Luca

10,38-42

Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.

Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto il meglio e non le sarà tolto». Parola del Signore.



PROFESSIONE DI FEDE-SIMBOLO DEGLI APOSTOLI



Io credo in Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra; e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente; di là verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.



LA PAROLA SI FA PREGHIERA



+ Fratelli e sorelle, invochiamo con salda fiducia il Signore, che sempre ci visita con la sua Parola.

R./ Fa’ che ti ascoltiamo, Signore!



1. Nella Chiesa, sappiamo accogliere chi viene da altre nazioni e scoprire così in ogni ospite la tua presenza. Fa’...



2. Estirpa da dentro di noi ogni ansia e preoccupazione, così da saper veramente ascoltare i bisogni degli altri. Fa’...



3. Ascoltare la tua parola e metterla in pratica, ci faccia vivere relazioni autentiche, motivate da un vero amore. Fa’...



4. Aiuta Sara, le ragazze e ragazzi che hanno ricevuto i Sacramenti nella loro crescita umana e cristiana. Fa’...



5. Rendici lieti, come l’apostolo Paolo, di soffrire con te per la tua Chiesa. Fa’…



DALLA PAROLA ALL’EUCARISTIA



+ Non Abramo per i suoi ospiti, o Marta per Gesù, ma Tu stesso, o Padre, ci prepari una mensa nella quale ascoltiamo la tua Parola e mangiamo il Pane che tu ci doni: Gesù Cristo, tuo Figlio... Amen!

domenica 11 luglio 2010

Le Lectio del prete Carmine Miccoli - Luca 10, 25-37

“Va' e anche tu fa' così” - Luca 10,37

O Padre, noi ti ringraziamo perché ci hai riuniti alla tua presenza
per farci ascoltare la tua parola: in essa tu ci riveli il tuo amore e ci fai conoscere la tua volontà.
Fa’tacere in noi ogni altra voce che non sia la tua
e perché non troviamo condanna nella tua parola, letta, ma non accolta,
meditata, ma non amata, pregata, ma non custodita, contemplata, ma non realizzata,
manda il tuo Spirito Santo ad aprire le nostre menti e a guarire i nostri cuori.
Solo così il nostro incontro con la tua parola sarà rinnovamento
dell’alleanza e comunione con te e con il Figlio e lo Spirito Santo,
Dio benedetto nei secoli dei secoli. Amen.

Ascoltiamo la Parola del Signore dal racconto dell'evangelista Luca 10,25-37 (trad. CEI 2008).

25 Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: «Maestro,

che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». 26 Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto

nella Legge? Come leggi?». 27 Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo

cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come

te stesso». 28 Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». 29 Ma quello, volendo

giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». 30 Gesù riprese: «Un uomo scendeva

da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via

tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. 31 Per caso,

un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre.

32 Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. 33 Invece un Samaritano,

che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. 34 Gli si fece vicino,

gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo

portò in un albergo e si prese cura di lui. 35 Il giorno seguente, tirò fuori due denari e

li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pa -

gherò al mio ritorno”. 36 Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è

caduto nelle mani dei briganti?». 37 Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui».

Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così».


Note di esegesi per la comprensione del testo

Il brano di vangelo ci permette di entrare nel cuore stesso di Dio, facendoci vivere

la proposta che ci viene oggi dal racconto del «Samaritano che soccorre un

Giudeo». Di fronte a questa affermazione, oggi nessuno reagisce, perché abbiamo

perso il contesto giudaico del testo per cui facilmente trasformiamo l’atteggiamento

del Samaritano in un atteggiamento morale. Immaginate, invece, un ebreo

ortodosso degli insediamenti che si prende cura di un palestinese ferito dall’esercito

israeliano e lo porta in un ospedale, sfdando l’opinione corrente: è questa

una pallida idea di quello che Gesù vuole raccontare con questa pagina di Lc. Dall’altra

parte proviamo un senso di disgusto nei confronti del sacerdote e del levita

che fanno al fgura dei cattivi. Eppure non è così, perché noi non conosciamo la

Scrittura e l’ambiente dove è nata. Per capire il brano di oggi bisogna inserirlo nel

suo contesto che ci svela tre momenti decisivi:

1. Lc 10,21-24: dopo l’invio dei Dodici senza frutto (Lc 9,1-6.10) e dopo l’invio

dei Settantadue e il loro successo (Lc 10,1-12), Gesù dichiara la beatitudine

degli Apostoli perché in quanto piccoli e insignifcanti sono più privilegiati

dei «dotti e dei sapienti» perché sono ammessi al mistero del

Regno di Dio. Da una parte Gesù «loda» il Padre che si rivela i «piccoli»

e dall’altra dichiara «beati» i piccoli che sanno vedere oltre il già noto.

Dio non sta dalla parte dei «sapienti e dei dotti» che credono di vedere,

mentre sono accecati dalla loro presunzione: infatti «un dottore della

Legge si alzò per metterlo alla prova» (Lc 10,25), non per incontrarlo o

per capire.

2. Lc 10,25-28: discussione sul comandamento più grande, che non si trova

al suo posto qui, perché deve essere stato pronunciato a Gerusalemme

nel contesto dell’ultima settimana, quando il confronto con il potere uffciale

diventa estremo e decisivo fno alla morte (cf. Mt 21,1.22,34-40).

L’inserimento del brano sul comandamento dell’amore, in questo contesto

lucano, spezza l’unità del racconto perché alla domanda del dottore

della Legge «Chi è il mio prossimo?» (Lc 10,29), Gesù risponde «come» si

deve amare non il prossimo, ma il nemico.

3. Lc 10,29-37: la parabola vera e propria del Samaritano, che non è un insegnamento

morale, ma la descrizione della natura di Dio. Forse alla base

del racconto di Lc c’è 2Cr 28,15, dove alcuni Samaritani usano pietà verso

i Giudei, esattamente come il Samaritano della parabola lucana. Se le cose

stanno così, ci troviamo anche qui davanti un midràsh cristiano del

racconto del libro delle Cronache1. Con questa parabola, Lc invita a

imitare Dio nel suo essere più profondo che Mt codifcherà nel discorso

della montagna: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre

vostro celeste» (Mt 5,48).

Il dottore della Legge è lo specialista della Parola, colui che la interpreta anche in

nome di Dio. Possiamo dire che è il rappresentante della religiosità uffciale. Egli

«si alzò per metterlo alla prova» (Lc 10,25), come dice la traduzione addolcendo

alquanto il signifcato letterale dei due verbi. Il primo verbo greco è anèste e indica

l’atto del sorgere o risorgere (cf. Mc 5,42), dunque un atteggiamento solenne, di

autorità perché egli «sta in piedi» come colui cha ha l’ultima parola, consapevole

del proprio ruolo di «dottore della Legge». Il secondo verbo dice lo scopo del

«sorgere, risorgere»: il verbo ekpeiràzon è un participio presente con valore fnale

ed esprime un’azione continua; è il verbo della tentazione del diavolo oppure

degli scribi e dei farisei e qui del dottore della Legge. Nel NT ricorre 27 volte e

sempre nel senso di «tento» come attività demoniaca. Il testo della traduzione liturgica

è povero e non esprime la drammaticità che sottolinea Luca, che dice: «Si

alzò in piedi e continuando a tentarlo, disse...». Bisogna mettere in evidenza questa

persistenza diabolica, di cui è facile cogliere il sottofondo: il rappresentante uffciale

della religione, colui che dovrebbe mediare la volontà di Dio, è equiparato

a satana e ne diventa strumento effcace. Il suo dire è diabolico perché non mira

a conoscere o a relazionarsi, ma ad indurre ad agire demoniacamente. È interes -

sante, infatti, seguire lo svolgimento del racconto, col suo sottofondo anche umoristico.

Il «dottore» chiede cosa deve fare per «ereditare la vita eterna» (Lc

10,25): il suo orizzonte è rivolto oltre la storia, verso l’eternità. Forse perché

pensa che qui sulla terra egli è nel giusto: vive nel Tempio, osserva i comandamenti,

cioè tutte le prescrizioni e vuole assicurarsi anche un posto al sole oltre la

morte. Vuole avere l’ultima parola anche da morto, determinando così il giudizio

di Dio. Attestarsi sull’orizzonte della vita eterna, signifca estraniarsi dalla storia e

dalla responsabilità che Dio stesso ci ha dato nel tempo in cui viviamo sulla terra

in marcia verso il Regno di Dio che è la trasformazione di ciò che abbiamo vissu-

1 «Alcuni uomini, designati per nome, si presero cura dei prigionieri. Quanti erano nudi li

rivestirono e li calzarono con capi di vestiario presi dal bottino, diedero loro da mangiare

e da bere, li medicarono con unzioni; quindi, trasportando su asini gli inabili a marciare, li

condussero a Gerico, città delle palme, presso i loro fratelli. Poi tornarono a Samarìa»

(2Cr 28,15). Il midràsh è un metodo esegetico che appartiene alla tradizione giudaica, iniziato

durante l’esilio di Babilonia e sviluppatosi nei secoli successi; al tempo di Gesù era

un modo usuale di leggere e commentare la Scrittura. Il metodo è semplice: si basa sul

principio di «leggere la Scrittura attraverso la stessa Scrittura», mettendo in relazione parole,

frasi, testi uguali o anche solo assonanti per fare emergere signifcati nuovi e profondi.

to, ma senza limiti. È il solito modo di procedere: si distingue tra «vita terrena» e

«vita eterna», pretendendo di dare a quest’ultima una primogenitura in contrasto

con la prima, come la «vita terrena» fosse una maledizione di Dio che dobbiamo

sopportare. Questa visione non ha nulla da spartire con il messaggio del vangelo.

Con questa mistifcazione si è creata una frattura invincibile tra la vita di qua e la

vita di là. È bene dirlo una volta per tutte, con chiarezza e senza equivoci: per la

rivelazione cristiana, la vita eterna non esiste, come per la Bibbia non esiste l’anima.

Esiste una sola vita incarnata nella persona viva che è la stessa quando vive di

qua e quando continuerà a vivere di là, oltre la soglia della morte. La vita dopo la

morte è un prolungamento, trasfgurato, dell’unica vita che Dio ci ha chiamato a

vivere. Nel giudizio universale non saremo giudicati sulla vita oltre la morte, ma

sulla qualità di relazioni che abbiamo vissuto prima della morte, fondate sull’amore

(cf. Mt 25,31-46). Gesù, attraverso un processo psicologico, sventa la tentazione

del Dottore della Legge e lo riporta alla sua dimensione di verità. La risposta

di Gesù è sferzante e si svolge in due momenti:

a. «Che cosa sta scritto nella Toràh?» (Lc 10,26). Fare una domanda simile ad uno

specialista della Legge, signifca metterlo davanti alla sua responsabilità perché è

come se gli dicesse che lui non conosce la Legge. Il verbo che Gesù usa in greco

è un perfetto indicativo passivo e questa volta la traduzione italiana è esatta:

«Che cosa sta scritto», cioè in modo permanente e defnitivo? Tradotto in altro

modo signifca: «Hai mai preso in mano la Toràh, quella di Dio, e non le tue opinioni

che derivi dalle tradizioni?». Gesù si riferisce al fatto che il dottore conosce

bene la «tradizione», come il Talmùd o la Mishnàh orali e tutte le loro minuziosissime

prescrizioni fatte passare spesso per Toràh, cioè Parola di Dio, mentre erano

solo tentativi degli uomini di capire o agire. Quando le tradizioni umane prendono

il sopravvento sulla Parola di Dio, Dio tace ed è rintanato in un cantuccio, perché

gli uomini presumono di prendere il suo posto, perpetuando la tentazione di

Adamo ed Eva, come anche Gesù insegna: «Siete veramente abili nel rifutare il

comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione» (cf. Mc 7,9).

b. «Come leggi» (Lc 10,26). Non basta prendere in mano la Toràh, non basta conoscerla

a memoria, bisogna anche comprenderla, farla propria, interiorizzarla.

«Come» vuol dire: con quale criterio, mediazione, ideologia, presupposto e strumenti

leggi la Parola? Non basta leggere la Scrittura, bisogna leggere la sua mens

nel contesto in cui l’ha scritta l’autore. Qui c’è la frattura tra esteriore e interiore,

tra fare le cose e capirle, tra andare a Messa e parteciparvi, tra religione e fede.

La risposta del «dottore» è esatta, formalmente, perché cita il catechismo come

lo insegnava lui, ad uso e consumo suo, credendo di trovarsi nel cuore della fede

di cui si sente garante (Lc 10,27a; cf. Dt 6,5). Non basta, perché egli conosce anche

il seguito che si sviluppa sul piano sociale (Lc 10,27b; cf. Lv 19,18). Quante volte

abbiamo «sentito» questo passo e ne siamo rimasti ammirati! Eppure a scendere

in profondità c’è qualcosa di sinistro che Gesù metterà in luce, smascherandolo. Il

«dottore» afferma due «amori» con qualità diverse: uno per Dio che deve essere

totale, l’altro per il prossimo che deve essere «come te stesso», cioè limitato,

secondo le possibilità, agli appartenenti al suo popolo. Da qui nasce un duplice

atteggiamento religioso e di conseguenza un comportamento di partecipazione

sociale, ma circoscritto ai soli fedeli d'Israele. Siamo in grado di giustifcare il

nostro strabismo religioso perché tanto, poi, tutto si aggiusta nell’altra vita, in

quella che pomposamente chiamiamo «vita eterna».

La parola «prossimo», al tempo di Gesù, aveva un signifcato specifco: non signifca

l'«altro» in senso generale, ma «l’aderente, il confnante, l’attiguo», cioè

l’appartenente al clan, alla famiglia, alla tribù; è uno «dei nostri». Nella parola non

è compreso lo straniero, l’estraneo. Gesù farà esplodere questo signifcato modifcando

il termine di paragone: non più «ama il prossimo tuo come te stesso»,

ma: «Un comandamento nuovo do a voi affnché vi amiate gli uni gli altri, come

[io] amai voi, perché anche voi vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13,34). La misura dell’amore

non siamo più noi con il nostro limite e incapacità, ma la persona stessa

di Dio, perché compito della nostra testimonianza nel mondo è «imitare Dio»

nell’essere e nell’agire (Mt 5,48). La novità che porta Gesù non è l’abolizione o il

superamento della Toràh, ma farne esplodere le possibilità che in essa sono contenute

(cf. Mt 5,17). Lo stile di Gesù è simile a quello di Socrate: conduce l’interlocutore

a rendersi conto da sé delle sue contraddizioni. Non contesta apparentemente

l’affermazione formale, ma lo invita a mettere in pratica quello che ha

appena detto, dicendogli: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai» (Lc 10,28). Non

lo ha giudicato, non gli ha detto che è cattivo, non gli ha rinfacciato di essere ot -

tuso; gli ha solo detto: sii te tesso, se vuoi vivere. Il dottore chiedeva notizie sulla

«vita eterna» (zoên aiônion), Gesù lo rimanda soltanto alla dinamicità della vita

perché, nella risposta, infatti, usa il verbo e non il sostantivo: «Fai questo e vivrai

(zêsei)». Il dottore capisce perfettamente, ma da uomo religioso e scaltro, abituato

a manipolare gli altri, cerca di uscire dall’angolo del suo disagio e cambia discorso.

L’evangelista è esplicito: «volendo giustifcarsi» (Lc 10,29), chiede spiegazioni

sul «suo prossimo», che è una richiesta comica sulla bocca di uno specialista

della Legge; probabilmente egli ha inteso perfettamente lo scopo che Gesù voleva

raggiungere e prende tempo, cerca una scappatoia. Gesù non risponde con un ragionamento,

ma con una parabola, lineare e dirompente, quasi blasfema per gli

uditori del tempo di Gesù. Noi oggi leggiamo questa pagina senza problema, perché

non ne comprendiamo il contenuto rivoluzionario per gli uomini e per l’immagine

che ci facciamo di Dio: travolge la religiosità tradizionale e apre una prospettiva

nuova sul volto di Dio.

Proviamo a capire più profondamente. Gerusalemme era collocata su due colline,

quella del Tempio e quella di Sion: essa si trova a circa 800 m sopra il livello del

mare, mentre Gerico che dista circa 38 km si trova invece a 390 m sotto il livello

del mare, con dislivello di quasi 1.200 metri in pochi chilometri lungo una strada

che è un continuo sali-scendi. Gesù narra la disavventura, forse un fatto di cronaca

nera recente: un passeggero, che forse è di ritorno da un pellegrinaggio a Gerusalemme,

viene assalito da un banda, derubato e picchiato. La morte è certa col

caldo e la depressione dovuti al dislivello. Non ha nemmeno la forza di gridare;

può solo pregare dolente il suo Dio di lasciarlo morire presto. Un altro elemento

essenziale per la comprensione della parabola è il personaggio principale: il Samaritano.

Tra Samaritani e Giudei vi è una inimicizia ancestrale: l’odio è radicato e risale

almeno al dopo esilio, al tempo di Neemìa (sec. IV a.C.), quando ai Samaritani

è proibito di offrire sacrifci al tempio e ai Giudei di sposare una Samaritana. Eppure

il Talmùd insegna che i Samaritani sono scrupolosi più dei Giudei nell’osservare

la Toràh2. Se un Giudeo offende un altro Giudeo chiamandolo «samaritano»,

commette un delitto punito con «i quaranta colpi meno uno», cioè con trentanove

frustate.

Questo il quadro della situazione. Alla luce di queste informazioni possiamo capire

alcune cose. Dicendo che un Giudeo è stato soccorso da un Samaritano, Gesù

offende tutti i Giudei presenti ed è passibile di condanna. Non solo il suo paragone

è scandaloso, ma egli gli attribuisce le qualità che la religione riconosce solo a

Dio: «un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto vide e ne ebbe compassione

» (Lc 10,33). In italiano l’espressione è innocua, in bocca a Gesù è un insulto

per gli orecchi pudichi di chi ascolta borghesemente: in greco, Lc usa il verbo

esplanchnìsthe, che richiama l’ebraico rèchem, l’utero materno. Questo verbo

nella Bibbia indica solo la misericordia di Dio e quella che prova Gesù (cf. Mt

9,36; 14,14). In Lc questo verbo compare tre volte: per la risurrezione del fglio

della vedova di Naim (cf. Lc 7,13); per l’accoglienza del padre del fglio prodigo (cf.

Lc 15,20) e qui per il Samaritano. Tre situazioni di emarginazione e di impurità assoluta

esprimono per Lc la purità e la giustizia di Dio: «avere compassione», dal

punto di vista di Dio, signifca protendersi al bisogno dell’altro per rigenerarlo a

vita nuova.

Che la chiave di lettura sia di natura cristologica, lo si ricava da un altro dato: il

Samaritano non solo soccorre il malcapitato, ma fa di più. Al v. 35 promette il suo

«ritorno», che non avrebbe senso se la il racconto deve fnire con l’assistenza

dell’uomo ferito. Per Lc le cose non stanno così, perché il «ritorno» del Samaritano

è una promessa-anticipo (una prolèssi) del ritorno di Cristo, alla fne dei tempi,

quando assumerà su di sé il volto del Samaritano per espandere la misericordia di

Dio sull’umanità dolente che non sa come ritornare a Dio. Una cosa è certa: Cristo

non perderà nessuno «di quelli che mi hai dato» (Gv 18,9; cf. 6,30; 10,29;

17,12). Se il primo verbo, «avere compassione», è un’attitudine di Dio nella sua

relazione con l’umanità, il ritorno del Samaritano è un’evocazione del «ritorno di

Cristo» alla fne della Storia, come sigillo alla Storia che si apre al Regno. Che

questa sia l’interpretazione è spiegato anche dal fatto che il verbo usato da Lc,

epanèrchesthai, si trova in questo vangelo un’altra sola volta e con questo identico

signifcato escatologico (cf. Lc 19,15). Il Samaritano dunque è l’immagine di YHWH

2 Trattato Houl, 4a.

che si scuote nelle viscere di fronte ai suoi fgli/e ed è anche l’immagine di Gesù

che deve tornare per prendere possesso della Storia al suo compimento.

Possiamo capire lo scandalo che dovette provocare una simile parabola, specialmente

se il comportamento del Samaritano si confronta a quello di due Giudei

più che religiosi e praticanti, due specialisti del sacro e di Dio, quel Dio che hanno

relegato dentro un recinto di canti e di incenso, facendolo prigioniero della loro

religiosità: un sacerdote e un levita, addetto al servizio del tempio. Tutti e due forse

tornano a casa dopo il turno di servizio al tempio, quindi sono ancora in stato

di purità legale e religiosa. Se avessero toccato il «mezzo morto», che forse scambiano

per completamente «morto», avrebbero perso la loro purità. Non sono

cattivi e non pensano male, sono soltanto due ottimi praticanti e rigorosi osservanti

delle prescrizioni. Sono a disagio, ma devono scegliere, e nessuno gli ha insegnato

ad amare. Cosa fare? Tra il rischio di diventare impuri e la possibilità di incontrare

l’uomo, scelgono se stessi e la loro religiosità fatta di riti e rituali. Non

corrono il rischio: sia il sacerdote che il levita vedono il «mezzo morto» e sia l’uno

che l’altro passano oltre (Lc 10,31-32). I Giudei timorati di Dio «passano oltre

» in nome della loro religione che può anche uccidere quando è chiusa in se

stessa e non si protende al servizio della vita dell’umanità. Il Samaritano, nemico

dei Giudei, considerato indemoniato e impuro, invece, che non si sente legato a

rituali e a religioni artifciali, che corre il rischio di scegliere tra l’appartenenza ad

una setta religiosa e l’appartenenza ad una umanità senza barriere, scoprendo

così che Dio stesso è laico e nessuna religione può imprigionarlo. Egli, samaritano

di nascita e di cultura, diventa il volto compassionevole di Dio che si accosta e si

fa «prossimo» del suo nemico, anche dell’ebreo. Egli a rigore di logica avrebbe dovuto

ammazzarlo, perché uccidere un Giudeo sarebbe stato un suo vanto; al contrario,

lo carica sul suo cavallo e lo porta in una locanda, che successivamente i

Padri della Chiesa hanno identifcato con la Chiesa che cura e risana con i sacramenti

dell’olio e del vino. Il Samaritano rivela l’amore di Dio e diventa anche l’espressione

della Chiesa. Il Samaritano è simile al «pastore bello» che si fa carico

delle pecore maltrattate e sfruttate (cf. Gv 10,11-14) e al fglio del padrone della

vigna venuto a riscuotere la parte del padre (Lc 20,9-18). Come il fglio giunge

dopo i profeti che Dio ha mandato inutilmente, ora il Samaritano giunge dopo il

sacerdote e il levita che non hanno fatto il loro dovere, anzi non hanno esercitato

il loro diritto di soccorrere il povero in nome di Dio.

Quanti sentimenti sia agitano nel cuore leggendo questa parabola unica e rivoluzionaria

che ci spinge a buttare all’aria la religiosità di consumo e di convenienza,

quella che si nutre di processioni e di appariscenze, quella che crede di servire

Dio, invece ingrassa se stessa con riti e rituali che sono solo l’espressione della

vanagloria degli uomini addetti al sacro. Essi incensano se stessi e credono di

onorare Dio, solo perché sono talmente ubriachi di egocentrismo da avere fnito

di identifcare Dio con se stessi e il suo messaggio con le loro idee. È impressionante

vedere cardinali e prelati vestiti di tutto punto con abiti dorati, che incedono

come sopravvissuti àfani e trasognanti, mentre sono ammirati dagli esseri

umani, credendo così di dare gloria a Dio (cf. Mt 6,5; cf. Gv 12,43). Questo mondo

religioso è anche capace di uccidere in nome di Dio, magari convinti di fare la sua

volontà pur di avere le scene del mondo e l’ammirazione delle folle.

Al dottore che chiedeva notizie sulla vita eterna, Gesù lo rimanda all’uomo della

strada, a quello che ha bisogno di soccorso e di aiuto, all’uomo che giace mezzo

morto senza nemmeno un flo di voce per chiedere aiuto; al suo nemico, per vivere

un’avventura di vita e non una religione del rito. Se il cristiano vuole conquistare

la vita eterna, deve prima conoscere e imparare ad amare la vita terrena e

in essa, come il Samaritano, lasciarsi incontrare dall’escluso, dall’impuro, gli unici

che popolano la vita del Signore quando visse nella terra di Palestina. Uno straniero,

un nemico è l’unico a sapere rappresentare il vero volto amorevole di Dio.

Il dottore voleva scappare da se stesso tergiversando sulla nozione di

«prossimo», e Gesù lo costringe ad accorgersi da sé che il «prossimo» è il suo

nemico, è l’uomo senza etichetta perché il Dio dell’ebreo Gesù non è ebreo, non

è samaritano, non è cattolico, non è religioso: è soltanto Dio nella pienezza della

sua divina laicità. Il dottore è costretto a dire che il «vero prossimo» è colui che

ama senza contropartita, colui che si fa carico a perdere, colui che non ha steccati

e strutture di divisione, colui che accoglie senza badare agli usi, alle religioni e al

rischio (Mc 10,45). Di questo spirito è testimone credibile il Samaritano, mentre il

sacerdote e il levita, carichi di pratiche e sistemi religiosi ne sono la negazione,

non per cattiveria, ma per cattiva educazione, anzi per consuetudine e tradizione.

Sono troppo educati ad essere religiosi per essere capaci di umanità. Dove le tecniche

religiose della salvezza sono fallite, Cristo giunge come un Samaritano, disprezzato

(cf. Gv 8,48) e non accolto dai suoi che preferirono le tenebre alla luce

(cf. Gv 1,1-18). La parabola è dunque una descrizione di Dio e come spesso avviene

nel Vangelo, Dio si compiace di essere rappresentato adeguatamente da coloro

che la religione uffciale dichiara «immondi», come la donna peccatrice (cf. Lc

7,36-50), il lebbroso straniero (cf. Lc 17,11-19), il pubblicano nel tempio (cf. Lc

18,9-14), il pubblicano Zacchèo (cf. Lc 19,1-10), la vedova povera nel tempio (cf.

Mc 12,41-44) e la samaritana dai cinque mariti (cf. Gv 4,1-42). È un Dio veramente

strano, il Dio di Gesù e sarebbe interessante chiedersi: se venisse oggi dove e da

che parte starebbe? Non ci resta che andare nel mondo e fare anche noi lo stesso

se vogliamo vivere (cf. Lc 10,28).

- pro manuscripto -

sabato 10 luglio 2010

PAROLA CHE SI FA VITA

Romani 5,6-10; 13,8-10
 Cristo è morto per noi quando noi eravamo lontani da Lui.



Geremia 34,8-17a e Gàlati 5,13-14

L’alleanza con Dio è liberazione dell’uomo!



1Giovanni 3,14-19; 4,8-21

Chi ama Dio ami anche il suo fratello

Una comunità che celebra - La Liturgia domenicale: XV Domenica dell'anno C: 11 luglio 2010

AMATI DA CRISTO,
ANCHE NOI
AMIAMO COME LUI

La liturgia di questa domenica 15a del tempo ordinario C ci pone di fronte ad un interrogativo

che è centrale per la fede: perché Dio non si fa vedere «fisicamente» e non dà

segni tangibili della sua Presenza? In che modo possiamo essere sicuri della presenza

di Dio? Certo, qualcuno potrebbe pensare che sarebbe bella un’apparizione inequivocabile

di Dio, magari con qualche gioco di prestigio impressionante da costringere tutti

a convertirsi e a credere a lui! Questa tipologia di divinità appartiene al gruppo delle

religiosità che sono «oppio dei popoli», perché un Dio impressionante, magico e teatrale

è solo un giochino nelle mani di uomini esperti di marketing religioso. Non è così

il Dio di Gesù Cristo, che sceglie la via lunga e tortuosa dell’incontro nella vita e per

farsi riconoscere esige che ciascuno percorra tutta la propria esistenza dalla parte più

esterna al livello più intimo per giungere ad ascoltare il silenzio di Dio che è la Parola

più sublime e più alta che il cuore possa percepire.

La Bibbia ci parla di un Dio «Presenza assente» perché mentre si manifesta si cela e

non impone. Tutta la storia di Israele e della Chiesa mette in evidenza questo metodo:

Dio si adatta al passo delle persone per diventare compagno di cammino e di ricerca.

Certo un «miracolo» sarebbe un bel colpo contro l’incredulità! – così pensano gli uomini

di poca fede, che all’occorrenza non crederanno mai nemmeno davanti ai mira -

coli, perché avranno sempre bisogno di un altro miracolo. Il vangelo di Giovanni non

parla mai di miracoli, ma solo di «segni», perché il modo di rivelarsi di Dio è discreto,

in punta di piedi, rispettoso del travaglio e dei dubbi di chi lo cerca con cuore sincero.

Non si cerca Dio per essere convinti, ma per sperimentare il suo amore e la sua storia

rivelata nel popolo di Israele e nell’ebreo Gesù, per imparare ad amare come lui e per

andare nel mondo a cogliere i «segni di amore» disseminati dallo Spirito di Dio. Il riformatore

deuteronomista, per bocca di Mosè, ci dice che non dobbiamo affannarci a

cercare Dio: non è necessario scalare il cielo, ne sprofondare negli abissi del mare. È

sufficiente abituarsi ad abitare il proprio cuore per scoprire che Dio non è esterno a

noi, né ci è estraneo, perché ha deposto in noi il germe della sua Parola che troviamo

nella Toràh dei comandamenti e nella nostra coscienza. Per incontrare Dio è sufficiente

ascoltare la vita che parla noi di lui attraverso quattro vie: gli avvenimenti della storia,

le persone che incontriamo, la Parola di Dio che ascoltiamo e la coscienza con cui di -

scerniamo il bene e il male. L'apostolo Paolo riprende un antico inno battesimale che

inneggia alla signoria di Cristo sulla prima creazione e sulla seconda creazione che è la

redenzione, avvenuta nel dono della vita del Figlio di Dio che noi abbiamo potuto vedere,

ascoltare e toccare (cf. 1Gv 1,1-3). L’apostolo presenta il Cristo come pre-esistente

a tutte le cose create (Col 1,15): egli s’ispira alla tradizione giudaica, molto diffusa

ai tempi di Gesù, che narra come ancora prima di creare il mondo, Dio avesse

messo in serbo dieci cose, tra cui appunto il Messia1. Gesù applicherà a sé questa tradizione,

quando nella grande preghiera sacerdotale chiede al Padre di dargli «quella gloria

che io avevo presso di te prima che il mondo fosse» (cf. Gv 17,5). È un modo ebraico

per affermare che Gesù appartiene alla stessa eternità del Padre e che, attraverso

l’incarnazione, questa eternità che conteneva l’invisibilità di Dio si è piegata alle esigenze

umane, facendosi sperimentare nel tempo attraverso l’esperienza unica di Gesù

di Nazareth. Se Gesù è l’immagine visibile del Dio invisibile, significa che il peccato di

Adam ed Eva non è stato solo un peccato di orgoglio, ma il rifiuto cosciente e consapevole

di accettare il Cristo come il capo di tutto il corpo, l’immagine perfetta del vol-

1 Cf. Mishnà, trattato Pirqè Avot (Massime dei Padri) V, 6.

to e della volontà di Dio. I progenitori non accettano Cristo perché vogliono essere

loro stessi immagine unica e assoluta da sostituire a quella del Figlio che è «prima che

il mondo fosse». Il peccato di Àdam ed Eva non è un peccato morale, ma un peccato

cristologico: rifiutano il Cristo e si ritrovano nudi d’immagine, di luce e di futuro.

Il Vangelo risponde alla domanda iniziale da un altro versante. Incontrare Dio nel proprio

cuore e nella propria coscienza può essere anche una illusione perché non c’è alcuna

misura e verifica di verità. C’è un modo infallibile per essere certi di incontrare il

Dio di Gesù Cristo: stare sempre dalla parte dei poveri con spirito povero e cuore accogliente,

come il Samaritano. Quando uno si mette al servizio dei poveri, non deve

preoccuparsi nemmeno di Dio, perché lo troverà alla fine del suo cammino come un

premio naturale. Chi cerca Dio nello scintillio delle liturgie sontuose che sembrano più

una sfilata di moda che una adorazione della maestà di Dio, onora solo se stesso e l’idea

che ha di Dio, non il Dio del volto di Gesù Cristo. Per vedere Dio, bisogna immergersi

nella storia e nella storia dei poveri, non pensare al Dio che abita sopra le

nubi, magari mentre passiamo sull’altro marciapiede per non vedere i moribondi di

questo sistema economico e politico. Gli specialisti della religione hanno talmente imprigionato

Dio nei loro schemi etici e cultuali da identificarlo con se stessi: non vogliono

sporcarsi dell’umanità sofferente e così rinnegano quel Dio che dovrebbero testimoniare

e di cui sono garanti. Credono di dare gloria a Dio e invece gratificano solo

se stessi cercando la propria vanagloria. Celebrare l’Eucaristia significa incontrare

Gesù che si fa samaritano per noi, per insegnarci come dobbiamo essere ed agire sulle

strade della vita; andando a casa, non ci resta che accogliere l’invito di Gesù al dottore

della Legge: «Va’ e anche tu fa’ così» (Lc 10,37).
 
PREGHIERA PENITENZIALE


Signore, il peccato ci svuota della nostra dignità, rinnovaci!

Signore, pietà!



Cristo Signore, cura le nostre ferite con la tua misericordia. Cristo, pietà!



Signore Gesù, perdonaci quando siamo indifferenti alle sofferenze altrui.

Signore, pietà!



INNO DI LODE: Gloria a Dio…



PREGHIERA DELL’ASSEMBLEA

+ Padre misericordioso, che nel comandamento dell'amore hai posto la sintesi e il centro di tutta la Legge, rendici attenti e generosi con chi è segnato dalla sofferenza e dalla miseria, per essere come Cristo, buon samaritano dell’umanità. Egli è Dio e vive… Amen!



LITURGIA DELLA PAROLA



Dal libro del Deuteronomio

30,10-14

Mosè parlò al popolo dicendo:

«Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della Legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima.

Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica».

Parola di Dio.

Salmo responsoriale - 18

R./ Confitemini Domino, quoniam bonus. Alleluja!



1. La Legge del Signore è perfetta,

rinfranca l'anima;

la testimonianza del Signore è stabile,

rende saggio il semplice.

2. I precetti del Signore sono retti,

fanno gioire il cuore;

il comando del Signore è limpido,

illumina gli occhi.

3. Il timore del Signore è puro,

rimane per sempre; i giudizi del Signore

sono fedeli, sono tutti giusti,

più preziosi dell'oro, di molto oro fino,

più dolci del miele di un favo stillante.



Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi 1,15...20

Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione. Tutto, nei cieli e sulla terra; realtà visibili e invisibili, (…) sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui. Egli è prima di tutto e tutto in Lui ha consistenza. Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, per essere Lui primo fra tutti. E’ piaciuto infatti a Dio che abiti in Lui ogni pienezza e che per mezzo di Lui e in vista di Lui tutto sia riconciliato, pacificando con il sangue [versato sulla] croce, (…) la terra e (…) i cieli. Parola di Dio.




Alleluja, alleluja!

Le tue Parole, Signore, sono Spirito e Vita; tu hai Parole di vita eterna. Alleluja!



+ Dal vangelo secondo Luca

10, 27-37

Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». Costui rispose: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso (Deuteron 6,5).

E Gesù: «Hai risposto bene; fa' così e vivrai». Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è il mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani di alcuni banditi che gli portarono via tutto, lo percossero e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre.

Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è caduto nelle mani dei banditi?». Quegli rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va' e anche tu fa' così». Parola del Signore.



PROFESSIONE DI FEDE-SIMBOLO DEGLI APOSTOLI

Io credo in Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra; e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente; di là verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.



LA PAROLA SI FA PREGHIERA



+ Fratelli e sorelle, preghiamo Dio nostro Padre, che in Gesù ci ama con una misericordia tenace e paziente:

R./ Insegnaci ad amare, Signore!



1. Insegna alla tua Chiesa ad essere sempre rifugio sicuro per chi è stato percosso dalla cattiveria e dall’ingiustizia:



2. Insegna a chi ha responsabilità civili ad ascoltare gli altri, per conoscere ciò che li fa soffrire e mostrare loro un amore compassionevole:



3. Insegnaci ad amarti con tutto noi stessi per essere così capaci di amare il nostro prossimo come noi stessi:



4. Insegnaci a celebrare l’Eucaristia lasciandoci amare e curare da te, vero samaritano, per avere un cuore nuovo ed essere di conforto e speranza a chi vive accanto a noi:



DALLA PAROLA ALL’EUCARISTIA

+ Ti ringraziamo Padre di aver mandato Gesù sulla nostra strada, mentre eravamo soli e abbandonati, percossi dalla cattiveria e feriti dal male. Non abbandonarci mai! Per Cristo... Amen!

domenica 4 luglio 2010

La lectio del prete Carmine Miccoli

“...rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli” (cf. Luca 10,20)

P.: O Padre, noi ti ringraziamo perché ci hai riuniti alla tua presenza per farci ascolta -

re la tua parola: in essa tu ci riveli il tuo amore e ci fai conoscere la tua volontà. Fa’

tacere in noi ogni altra voce che non sia la tua e perché non troviamo condanna nella

tua parola, letta, ma non accolta, meditata, ma non amata, pregata, ma non custodita,

contemplata, ma non realizzata, manda il tuo Spirito Santo ad aprire le nostre menti e

a guarire i nostri cuori. Solo così il nostro incontro con la tua parola sarà rinnovamento

dell’alleanza e comunione con te e con il Figlio e lo Spirito Santo, Dio bene -

detto nei secoli dei secoli. A.: Amen.


L.: Ascoltiamo la Parola del Signore dal racconto dell'evangelista Luca 10,1-20;

(trad. CEI 2008; tra [ ] le parti omesse dalla liturgia).

1 Dopo questi fatti, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a


sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2 Diceva loro: «La messe è abbondante,


ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai


nella sua messe! 3 Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4 non portate


borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. 5 In


qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. 6 Se vi sarà un figlio della


pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7 Restate in quella


casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua


ricompensa. Non passate da una casa all’altra. 8 Quando entrerete in una città e vi accoglieranno,


mangiate quello che vi sarà offerto, 9 guarite i malati che vi si trovano, e


dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. 10 Ma quando entrerete in una città e non


vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: 11 “Anche la polvere della vostra città,


che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il


regno di Dio è vicino”. 12 Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno


duramente di quella città. [13 Guai a te, Còrazìn, guai a te, Betsàida! Perché, se a Tiro e


a Sidòne fossero avvenuti i prodigi che avvennero in mezzo a voi, già da tempo,


vestite di sacco e cosparse di cenere, si sarebbero convertite. 14 Ebbene, nel giudizio,


Tiro e Sidòne saranno trattate meno duramente di voi. 15 E tu, Cafàrnao, sarai forse


innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! 16 Chi ascolta voi ascolta me, chi


disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato]».


17 I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si


sottomettono a noi nel tuo nome». 18 Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo


come una folgore. 19 Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e


scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. 20 Non


rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché


i vostri nomi sono scritti nei cieli».].

Note di esegesi per la comprensione del testo

Il brano di vangelo proposto dalla liturgia riporta il discorso di Gesù sulla missione

nella versione lucana. Di questo discorso esistono due versioni: la forma breve

(cf. Mc 6,8-11; Lc 9,3-5) che riguarda i «dodici» apostoli e la forma lunga (cf. Lc

10,2-16) che riguarda i «settantadue» discepoli e a cui Lc presta particolare attenzione.

L’evangelista Mt unifca le due tradizioni e forma un solo testo a cui aggiunge

elementi propri della sua comunità (cf. Mt 10,5-16); Lc invece costruisce il suo

testo in modo originale coinvolgendo anche la cerchia dei discepoli, quasi a dire

che la missione della Parola non è appannaggio della sola gerarchia, ma è un «affare

» che riguarda tutta la Chiesa. Nella tradizione giudaico-cristiana il numero 72

è il numero dei popoli che abitavano la terra e quindi indica la totalità del genere

umano che attende la Parola di consolazione che solo Dio sa donare.

Gesù è in «viaggio» verso Gerusalemme. Mentre cammina con i suoi in Galilea,

guarda il meraviglioso spettacolo che gli offre la vista di campi di orzo e grano,

biondeggianti e modellati dal vento che da forme e movimenti particolari e suggestivi.

Quella immensa massa di messe fa pensare che occorrono molti operai

per raccoglierla. Ogni mattina, prima dell’alba, il padrone di quei campi andrà alla

porta della città dove già aspettano folle di operai giornalieri. Si contratta, ci si accorda,

si va alla mietitura (cf. Mt 20,1-7). Da qui alla trasposizione sul piano religioso

il passo è breve. Come spesso accade Gesù parte sempre da una situazione

concreta, da un fatto della vita reale, da un esempio del quotidiano per condurre i

suoi ascoltatori ad una rifessione più profonda. Un esempio tipico sono le parabole:

prese dalla vita di ogni giorno, da quella vita che tutti potevano sperimentare

e quindi capire, diventano veicolo per un messaggio che anche i poveri possono

comprendere. Nel pensiero e nelle parole di Gesù gli operai giornalieri diventano

gli «operai delle messe» dell'umanità, con una trasposizione simile a quella

dei pescatori, applicata agli apostoli che diventano «pescanti prede vive»1. L’obiettivo

della missione in Gesù non è l’adesione ad una dottrina o l’invito ad entrare

in un gruppo più o meno organizzato religiosamente; al livello di Gesù non si può

ancora parlare di Chiesa come organizzazione per il semplice fatto che Gesù non

ha avuto nel suo orizzonte missionario alcun tipo di «chiesa», come invece avrà

Paolo che addirittura le fonda, le organizza e le accompagna. La missione di Gesù

ha come orizzonte escatologico il Regno di Dio proiettato sulla fne della storia,

ma per giungere a questo traguardo deve attraversare tutta la distanza che separa

il presente dall’esito fnale, il «qui e ora», il tempo della testimonianza e dell’amore.

Il missionario non è guidato dal suo passato, dalla storia da cui proviene, ma la ragione

e il fondamento del suo andare ed «esserci» sono nella fne, nella conclusione.

In altre parole, colui che è mandato guarda il presente e il passato dal punto

di vista della fne, cioè dalla prospettiva del/la fne/compimento del mondo,

dell’escatologia. Bisogna programmare la missione in mezzo agli uomini e alle

donne partendo dalla fne, non dall’inizio, perché solo la prospettiva fnale ci aiuta

a vedere le cose dal punto di vista della pienezza e della completezza. Se ci limi -

tiamo a programmare partendo dal passato, noi rischiamo la ripetitività, ma anche

il danno di trasmettere la nostra esperienza passata senza sguardo suffciente

vero il futuro. Pensare le cose dal punto di vista della fne si chiama teologicamente

«teleologia», in flosofa «fnalismo»2. È quello che spesso diciamo a livello individuale:

programmare la propria vita dal punto di vista della morte, vissuta come

imminente perché solo così possiamo vivere il presente come irripetibile, unico,

così che nulla diventa banale, ma ogni cosa acquista un valore oltre misura, inaspettato

perché riconduce tutto all’essenziale e alla verità. Nulla è scontato, ma

tutto diventa dono.

Gesù si pone sulla linea della coerenza biblica che descrive una storia della salvezza

nutrita in abbondanza di prospettiva escatologica3. Cosa vuol dire ciò? Che

1 Cf. Lc 5,1-5, con la simbologia del “pescatore di uomini”.

2 Etimologia: dal greco, tèlos che signifca “fne” e lògos che signifca “discorso”: discorso sul

fne o dal punto di vista della fne, cioè della prospettiva fnale.

3 Escatologia è parola greca composta da èschata, “cose ultime, fnali” e lògos “discorso, parola”.

È la dottrina che si occupa della fne della storia e quindi del destino ultimo dell’uo -

mo. Nell’AT essa è contenuta in modo particolare nei libri profetici di Daniele, Isaia, Ezechiele,

Zaccaria che si proiettano nel futuro, descrivendo un tempo messianico di ricchezza

e di pace per il popolo di Israele e un “giorno di YHWH” di giudizio e di salvezza. La

morte e la risurrezione di Cristo introducono un cambiamento radicale in questa prospettiva

perché ora tutto l’AT è reinterpretato alla luce dell’evento pasquale di Gesù, che

per i cristiani è il Messia non solo d’Israele, ma dell’umanità intera. Il tempo che viviamo

tra la risurrezione di Cristo e la fne del mondo è quindi penultimo, in quanto precede

appunto gli “ultimi tempi” della seconda venuta di Cristo per concluderà la storia (cf. G.

RAVASI, Introduzione all’Antico Testamento, Casale Monferrato 1991, 126. Per i testi biblici, cf.

bisogna rimandare sempre al futuro la soluzione dei problemi che la vita offre? È

questa l’accusa, spesso fondata, che si fa alla Chiesa, quando predica pazienza in

questo mondo, alimentando la speranza di un cambiamento radicale nell’altro: è

l’accusa dell'alienazione perché la religione è usato come consolazione a buon

mercato. Se così fosse, si instaurerebbe una frattura indebita tra la vita presente e

quella escatologica, che invece sono indissolubilmente unite e intrecciate. Per

capire qual è il rapporto tra la vita presente e la prospettiva escatologica, bisogna

valutare l’esito della «missione» che spesso registra un totale insuccesso, ma

anche persecuzioni.

La missione di cui parla Gesù, guardando i campi ondeggianti di messi di grano, è

l’annuncio che gli apostoli e i discepoli fanno agli uomini e alle donne loro contemporanei

che «Dio è già qui» per cui invitano ed esortano ad un cambiamento

radicale: «convertitevi e credete nel Vangelo» (cf. Mc 1,15). Annunciare la «presenza

di Dio» signifca indicare la Shekinàh (“Dimora”) che torna in mezzo al suo popolo,

portare dentro la storia il giudizio di Dio perché ogni parola che esce dalla

bocca di Dio esige una valutazione, un discernimento, una presa di posizione e

quindi un giudizio sulla vita, le scelte, le omissioni e le intenzioni. Gli esseri umani

capiscono bene cosa il vangelo esige e siccome esige una rottura radicale di vita,

essi perseguitano i missionari, dichiarandoli responsabili dei problemi della società

e illusi che vivono in un altro mondo. Il mondo del potere, della guerra, della

menzogna, dello sfruttamento, il mondo del male non può accettare il giudizio di

Dio e tanto meno può accogliere l’invito a guardare il presente dal punto di vista

del futuro: sarebbe la fne di una certa politica, di una certa economia, di una certa

visione strategica dell’umanità. Sarebbe ammettere le colpe per lo squilibrio

immorale che il presente testimonia e vive nella carne dei piccoli, dei deboli e dei

poveri. La persecuzione è il segno che l’annuncio missionario è autentico, il martirio

è il sigillo che il testimone è fedele al Vangelo, il fallimento è la prova che si è

sulla strada giusta perché ogni fallimento scarnifca il cuore del missionario e lo

costringe ad una testimonianza sempre più austera e autentica, nella logica della

Croce. Al contrario, quando i cristiani e specialmente le gerarchie sono circuite,

adulate e osannate dal potere e dal sistema di peccato che domina il mondo, è

segno che la Chiesa è cercata come funzionale al sistema: in cambio di favori, di

denari e di leggi si impone il silenzio alla profezia, la cecità di fronte alle ingiustizie

e il sostegno anche a uomini e governanti immorali che alimentano sistemi di

corruttela. Si diventa complici e vittime, schiavi apparentemente liberi. La prospettiva

fnale, di conseguenza, è la fonte della libertà, anche libertà dalla riuscita

e/o dal fallimento. Chi si preoccupa di contare i risultati nel contesto del regno di

Dio, ha una visione materialista della religione e non crede. Quando saremo capaci

di misurare Dio e di farne un metro per tutti i vestiti, allora e solo allora saremo

certi che Dio non è una illusione o un ornamento coreografco, magari buono

a simboleggiare una identità che non c’è. Dio è semplicemente Dio e noi sia-

Am 9,13-15; Sal 126[125],5-6; Gl 4,13; Ger 5,17; Mt 13,28-39; Ap 14,15-16, etc.).

mo semplicemente suoi fgli/e. Un metro certo lo abbiamo: quando la Chiesa è

osannata, acclamata e protetta dal mondo che deve essere giudicato dalla Parola

di Dio, è il segno che essa ha smarrito del tutto il sigillo della sua profezia. Non è

più la voce della Parola che annuncia, ma si è sostituita alla stessa Parola per essere

essa stessa strumento di servitù. Una chiesa asservita da chi vuole servirsene

per mantenere squilibri e ingiustizie, lasciandole solo l’apparente libertà di qualche

inutile richiamo etico alla responsabilità o al mondo dei principi, è una società

funzionale che ha smarrito il suo Signore e non è in grado di farlo incontrare a

quanti lo cercano con cuore sincero (cf. Dt 4,29; Sal 119[118],10).

Il missionario e la Chiesa, in nome della quale si presenta, non devono solo essere

poveri, ma devono anche apparire poveri per mettere in risalto che l’irruzione di

Dio nella vita degli esseri umani è opera dello Spirito Santo e non opera loro. La

povertà come stile è un grande antidoto al delirio di onnipotenza che può assalire

il missionario che confda negli strumenti esteriori. Anche i rapporti interpersonali

devono essere semplifcati (cf. Lc 10,4). Presso i popoli nomadi e in generale

per gli orientali, il saluto non è un gesto o una parola convenzionali, ma un rituale

che richiede tempo e disponibilità. Il saluto tra due carovane che s’incontrano

in un’oasi, o tra due viandanti, potrebbe essere un impedimento all’urgenza

della missione. Non salutate nessuno non è un consiglio di scarsa educazione, ma

un invito ad andare all’essenziale, come essenziale deve essere il carico del pellegrino

perché essenziali sono le sue esigenze. Non si va a fare la rivoluzione con

bagaglio appresso, ma si porta solo se stessi e la propria parola. Il missionario

sarà in tutto dipendente dalla Parola, anche per le cose necessarie come vitto,

ospitalità, assistenza. La Parola annunciata è garanzia suffciente di colui che porta

l’annuncio nel segno della Pace che la condizione, il confne e il cuore del vangelo.

La pace di cui parla l’evangelista non è un atteggiamento comportamentale, ma la

persona stessa di Gesù: egli viene ad eliminare ogni frattura, rivalità, guerra, sopruso,

gelosia, dando la Pace, cioè offrendo se stesso come modello, come mèta e

come risultato fnale. Un missionario ricco non ha mai convertito alcuno, un missionario

povero cammina con i poveri, con gli stessi strumenti dei poveri, non si

mette mai alla testa dei poveri, ma sempre in fla, ultimo tra gli ultimi perché il

missionario non va in mezzo al mondo per comandare, ma perdersi e scomparire

come il lievito nella pasta, il sale nella minestra (cf. Lc 13,21; 14,34.35).

Bisogna dire ancora una parola sul numero «settantadue». Al tempo di Gesù si

credeva, in base alla lista di Gen 10, che la terra fosse abitata da settantadue popoli.

I discepoli inviati sono quindi simbolici: uno per ogni popolo. È la dimensione

universale della missione e della testimonianza, è un modo ebraico per dire che

nessuno al mondo deve essere nostro estraneo, specialmente quando abbiamo la

presunzione di parlare a nome di Dio. Nel tempio di Gerusalemme, nel giorno di

Yom Kippur, il sommo sacerdote indossava un mantello alla cui estremità erano

cuciti settantadue campanelli; insegna la tradizione ebraica che la Parola di Dio

scolpita sulle tavole sprigionava settanta scintille. Nessun popolo può e deve essere

escluso dal Vangelo, dal perdono e dalla Parola di consolazione che Dio, Padre/

Madre, riversa sull’umanità intera attraverso la vita e lo stile di vita di chi annuncia.

Portando questa Eucaristia nel mondo, noi non portiamo il nostro giudizio, ma il

giudizio del Dio che si fa Parola e Pane, fragilità frugale perché nessuno si perda.

Noi portiamo il giudizio di Dio che è misericordia e pace, recupero e progetto di

speranza che guarda non al passato, ma alla prospettiva fnale, quando saremo un

solo corpo e un solo spirito. Tornando a casa portiamo con noi la testimonianza

di un amore invincibile e senza calcolo, memori di quanto ci insegna Paolo: «quello

che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto

per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a

Dio» (1Cor 1,28-29). Non abbiamo paura perché la coscienza della nostra pochezza

è materiale adatto al progetto di Dio e del suo Regno.

- pro manuscripto -

Il nostro cammino comunitario con il Vangelo

Il PANE della PAROLA per il CAMMINO di ogni giorno



Nei mesi di luglio-agosto siamo nutriti ogni domenica dalla parola del Signore nel racconto evangelico di Luca. E’ Gesù risorto che spezza per noi il suo corpo nella Parola e nel Pane per nutrire di sé e trasformare così la nostra esistenza in una esperienza filiale e  fraterna con il Padre e tra noi.


Il racconto evangelico di Luca ci accompagna in questi mesi, dopo la celebrazione mistero pasquale: siamo introdotti in modo nuovo nella sequela di Gesù, nostro Maestro. Leggeremo brani dai capitoli 9,51 – 18,14 fino al 24 di ottobre.






IL CAMMINO DI GESÙ VERSO IL COMPIMENTO
DEL SUO DESTINO DI MORTE E RISURREZIONE A GERUSALEMME






Dopo aver introdotto il ministero di Gesù con la sua predicazione seguendo lo schema narrativo di Marco e di Matteo, pur con le sue caratterizzazioni, Luca ora inaugura una sezione narrativa connotata dal “viaggio di Gesù verso Gerusalemme”.

Non è una sua novità; tutti i racconti evangelici danno a Gerusalemme un posto e ruolo molto significativo: è la Ciittà santa, del tempio, del culto, il cuore della fede e della religiosità ebraica; lì si compirà il destino messianico di Gesù con la sua cattura, il suo giudizio – condanna, la sua passione – crocifissione e morte, le sue manifestazioni da risorto. Gesù stesso ne profetizza per tre volte gli avvenimenti (Marco 8,31 ss.; Matteo 16,21 ss.)

Tuttavia Luca dà a Gerusalemme un posto centrale a tutta la storia salvifica anticipata profeticamente da Israele; compiuta da Gesù; attualizzata continuamente dalla comunità cristiana.

Questa centralità geografica e teologica fa parte del suo progetto catechetico che abbraccia vangelo + atti.

Letterariamente questo “orientamento” è descritto in modo preciso, in modo tale da dare a tutti gli avvenimenti che saranno narrati in seguito (miracoli, parabole, insegnamenti, incontri…) un particolare senso “profetico” dell’incontro finale di Gesù con Dio Padre nella sua passione e morte che è per tutti noi il nostro incontro con il Padre.

Luca annota con precisione che “Gesù prese la ferma decisione [“a muso duro”] di mettersi in cammino verso Gerusalemme” (9,51). Non è quindi una circostanza occasionale ma, in vista “dei giorni che stavano per compiersi in cui sarebbe stato elevato in altro [sulla croce]”, viene espressa una chiara volontà salvifica di percorre un viaggio, di attraversare villaggi, di mettersi in strada ad incontrare uomini e donne, poveri, malati, gente di malaffare… per annunciare loro “il regno di Dio” (9,27; 60), manifestandolo come amore misericordioso e facendolo toccare con il cuore.

E’ un viaggio nel cuore dell’essere umano che anela all’amore e al perdono chiedendogli solo di fidarsi (7,50; 8,22-56); di accoglierlo con cuore “libero” (l’ascolto di 8,4-18 e non come Erode 9,7-9; o i Samaritani 52-55; da “piccoli” 46-48).

In questo cammino i discepoli devono per primi rinnovare la loro scelta “fiduciosa” e decisa di Gesù: professando apertamente chi Egli sia per loro (9,18-21), messi di fronte al suo destino di morte e risurrezione (22, 43-45) ne devono accettare le “nuove condizioni” per seguirlo (23-36; 46-50; 57-62).

Noi che ascoltiamo la proclamazione di questo racconto evangelico, in particolare nella liturgia domenicale, non ne siamo estranei: siamo noi chiamati a diventare credenti e discepoli, apostoli e testimoni






IL CAMMINO DEL DISCEPOLO E DELLA COMUNITÀ



- LE TAPPE LITURGICHE DELL’ANNO C -





10,1-12; 17-20 XIV Domenica 4 luglio


Il Signore ci manda avanti a sé, portatori del suo vangelo di pace e consolazione per tutti.






10,25-37 XV Domenica 11 luglio


Farci “prossimo” come Gesù è il Dio vicino ad ogni persona, l’amore “fatto carne”.






10,38-42 XVI Domenica 18 luglio


In ascolto operoso della Parola di Gesù.






11,1-13 XVII Domenica 25 luglio


Gesù, con la sua preghiera ci introduce nel suo rapporto filiale con il Padre.






12,13-21 XVIII Domenica 1 agosto


Il cristiano è libero da ogni logica di possesso: ama le persone e usa le cose!






12, 32-48 XIX Domenica 8 agosto


Servire gli altri, per il cristiano, è la migliore e piena realizzazione di se stesso.






13,22-30 XXI domenica 22 agosto


Gesù ci ha “avvinati a Dio”, perché nessuno sia mai più lontano da Lui!






14,1.7-24 XXII domenica 29 agosto


Gesù, “il primo” si è fatto “ultimo”, perché noi tutti fossimo “primi” ad incontrare il Padre.






14, 25-33 XXIII domenica 5 settembre


Seguire Gesù: lasciare ogni sicurezza umana e camminare nell’amore, come Lui!